FOTOCLUB IL RIVELLINO

 

Appunti di fotografia

A cura di Roberto Melillo

   la luce

   è la luce comunque il fattore determinante per impressionare una pellicola, Infatti facendo scattare l’otturatore utilizzando una qualunque pellicola in un ambiente completamente buio dove si trova un qualunque soggetto che non si manifesta di luce propria, la pellicola non viene impressionata ed allo sviluppo avremo un’immagine completamente nera, cioè nessuna immagine. Se invece il soggetto è illuminato da una pur piccola luce, utilizzando un tempo adatto, è possibile far rivelare la sua immagine nella pellicola fotografica.La luce quindi è essenziale per la realizzazione di una foto. Ma esaminiamo i vari tipi di luce che possiamo trovare intorno a noi e che sono utilizzabili in fotografia. Una prima distinzione fondamentale dobbiamo farla tra luce naturale e luce artificiale.

Luce naturale.

 Viene così chiamata quella luce che proviene dalla fonte primaria che è il sole, sia in forma diretta (illuminazione diurna) che indiretta (illuminazione notturna), cioè riflessa dalla Luna). Non prendiamo in considerazione quella delle stelle perché decisamente insufficiente per illuminare altri soggetti, anche se risulta indispensabile per fotografare le stelle stesse.  Altra luce naturale utilizzabile in fotografia è quella del fuoco sia esso di carbone o legna, o quello di una candela, di una fiamma a gas o lo scintillio di una fiamma ossidrica o di un saldatore. In questi casi la luce è comunque di quantità limitata ed il suo uso è finalizzato ad ottenere essenzialmente immagini particolari e suggestive.  Resta il sole la fonte come fonte primaria di illuminazione. Occorre comunque controllarlo, perché non offre sempre lo stesso tipo di luce e modifica le nostre immagini in relazione all’ora del giorno, alla presenza di nubi, alla sua direzione.  A questo punto è necessario parlare della temperatura della luce o per ;’esattezza della temperatura di colore della luce, la cui conoscenza consente di prevedere con sufficiente sicurezza l’esito finale di ogni fotografia.

 I gradi Kelvin.

 La luce viene misurata in gradi Kelvin che sono una indicazione numerica del livello di freddezza o di calore della luce. Osservando una qualunque immagine scattata all’alba ci accorgiamo immediatamente che essa ci infonde un senso di freddo, dovuto alla presenza di colori che tendono al blu, al grigio, al celeste; sono colori che riportano involontariamente al freddo della notte, a quello del ghiaccio di cui ricordano anche il colore. Se invece lo stesso soggetto viene fotografato al tramonto, il senso che ci ispira l’immagine è quello di caldo, grazie a quel colore rossastro che ci ricorda il fuoco. La nostra mente quindi ragiona in modo istintivo per similitudini che scaturiscono dal nostro inconscio senza che noi ce ne accorgiamo se non dopo un attimo di ragionamento.  Queste diversità di valutazione del colore della luce è dovuta in definitiva all’uomo stesso, che la recepisce in base alla sua personale esperienza. I gradi Kelvin non sono altro che la riproduzione su una tabella delle variazioni di luce che troviamo passando da quella fredda a quella calda o viceversa. Quanto maggiore è la tendenza al colore blu e più alta è la temperatura di colore, mentre questa si abbassa quanto più ci avviciniamo al rosso.

In questa tabella riportiamo alcune fonti di luce più frequenti, con la relativa temperatura di colore.

Tipo di luce

gradi Kelvin

Cielo blu a nord

18.000°

Cielo azzurro

12.000°

Cielo coperto da nubi

 7.500°

Luce del Flash (al massimo)

6.000°

Sole di mezzogiorno

5.400°

Luce del Flash (al minimo)

5.000°

Lampade dei lampioni

3.700°

Lampada del proiettore

3.100°

Lampada 100 Watt

2.900°

Lampada 75 Watt

2.800°

Carbone

2.400°

Candela

1.900°

 Così è ovvio che conoscere la temperatura della luce è importante nella foto a colori per poter controllare il risultato finale, mentre è indifferente per il bianconero dove è necessario soltanto conoscerne la quantità.

 Luce artificiale.

 La tabella riportata poco sopra ha già chiarito ampiamente le possibili fonti di luce utilizzabili in fotografia, sia naturali che artificiali. Tra quelle artificiali la più importante è senza dubbio quella del flash elettronico che fornisce una quantità di luce programmabile in modo sempre costante e che permette di ottenere un tipo di luce che si avvicina molto a quella naturale del sole a mezzogiorno. Il suo limite consiste nel fatto di non riuscire a distribuirla sempre in modo uniforme ma spesso unidirezionale (salvo alcuni accorgimenti adottabili, quali pannelli o pareti riflettenti, vetrini diffusori, secondo flash di servizio) e comunque con una portata in distanza che non oltrepassa mai i 10-15 metri.  Sulla luce artificiale utilizzabile spesso per gradevoli effetti cromatici, come nel caso delle lampade ad incandescenza, occorre annotare quello decisamente sgradevole dei tubi al neon che danno una brutta dominante verdastra a tutti i soggetti che ne sono illuminati e che trasformano i volti in quelli di extraterrestri.

  DIREZIONE DELLA LUCE.

 Per la corretta realizzazione di una fotografia è molto importante valutare la provenienza della luce allo scopo di poterne sfruttare le caratteristiche oppure di ridurne gli effetti negativi. Nella maggior parte dei casi è decisamente migliore la luce che proviene da dietro la macchina fotografica e da una angolazione compresa tra 15 e 75-80 gradi. In questa situazione infatti il soggetto che si trova di fronte, se non è coperto da altri, è sempre illuminato e può essere registrato in modo ottimale dalla pellicola. Infatti è da evitare la luce che proviene in asse con la macchina fotografica perché l’effetto che provoca è quello di annullare le piccole ombre (esempio sul volto, sulle finestre di un palazzo) e di conseguenza rendere piatta l’immagine.   Con la luce del tramonto occorre fare attenzione anche all’ombra creata dal fotografo e dalla macchina sul cavalletto affinché non vada a far parte della scena fotografata.  

La luce che colpisce il soggetto con un angolo di 90 gradi ne modifica sensibilmente l’effetto prospettico e causa delle ombre allungate e, specialmente sui volti delle persone, crea delle macchie scure sul lato del viso non illuminato. Oltre i 90 gradi ci troviamo in presenza di luce che entra sempre di più nell’obbiettivo quindi ci troviamo in situazione di controluce. In questo caso gli effetti negativi sono di due tipi.

 

Il primo è dovuto alla luce stessa che, entrando attraverso il diaframma, ne disegna i bordi sui vari vetri dell’obbiettivo che si traducono in altrettanti cerchi di luce nella pellicola. Il secondo invece, sempre negativo, che tuttavia può essere sfruttato nella composizione dell’immagine, è quello di rendere scuro il soggetto rispetto allo sfondo. In questo secondi caso, se ci interessa comunque fotografare il soggetto purché non si trovi ad una distanza eccessiva, è possibile farlo risaltare comunque utilizzando una luce di schiarita. Ad esempio può essere utile un flash oppure un pannello riflettente.

 Se invece i dettagli del soggetto non sono determinanti per la nostra immagine possiamo sempre utilizzare il controluce per ottenere delle silhouette, facendo però attenzione che non vadano ad annullarsi contro uno sfondo altrettanto scuro.

 Ci sono due tecniche per contrastare il controluce (che non è altro che una eccessiva quantità di luce che colpisce l’esposimetro). La prima consiste nell’avvicinarsi al soggetto, leggere la luce direttamente su di lui, tornare al punto di partenza e scattare mantenendo bloccati i valori di esposizione misurati in precedenza. Il soggetto risulterà ben esposto mentre lo sfondo sarà  bruciato, cioè sovresposto. Se invece il soggetto è dato dall’intera immagine       come nel caso di un panorama, allora occorre adottare un artificio aprendo il diaframma di 1 o 2 stop, sia in modo manuale, sia ricorrendo al correttore di esposizione di cui sono dotate alcune macchine fotografiche.

 

Alcuni tipi di luce.

 

Luce radente.

 

Ci sono alcune particolari situazioni nelle quali è necessario disporre di una luce che colpisca il soggetto con una angolazione tale che permetta di metterne in risalti i particolari più minuti. Stiamo parlando della luce radente, cioè quella che sfiora la superficie del soggetto e, attraverso le piccole o grandi ombre, ne evidenzia aspetti che altrimenti andrebbero persi con una luce diretta.  Questo tipo di luce viene utilizzato spesso per la foto di monete nelle quali le incisioni del conio sono così piccole che i dettagli si perderebbero se fossero illuminati frontalmente.  Altre possibili applicazioni su soggetti molto grandi o nei paesaggi, le troviamo in quelle foto che cercano di evidenziare la superficie di una parete a sassi oppure in quelle scattate alle dune di sabbia al tardo tramonto (deserto, spiaggia) o a tutti quei soggetti per i quali occorre comporre l’immagine con la presenza di ombre lunghe.

  

Luce diffusa.

 Questo è il tipo di luce che troviamo in natura quando il cielo è coperto da uno strato uniforme di nubi bianche. In questa situazione notiamo che i soggetti di ogni tipo perdono quasi completamente la capacità di produrre delle ombre e quella di riflettere la luce. Spesso l’esposimetro è ingannato da questo tipo di luce tanto che la lettura risulta falsata, specialmente nel caso dei paesaggi. Infatti in questi casi occorre quasi sempre chiudere il diaframma di ½ o 1 stop, oppure leggere la luce sulla propria mano o sul volto di una persona che fa parte dell’immagine. Ottenuti questi valori occorre effettuare lo scatto senza modificare l’esposizione.  La luce diffusa è ottima per fotografare i quadri, perché non abbiamo il fastidioso effetto del riflesso causato dai colori ad olio.  Per eliminare le ombre da piccoli oggetti è possibile ottenere una luce diffusa creando un cilindro con della carta da lucido. Questo funziona da diffusore perché la luce che colpisce la sua parete esterna viene diffusa all’interno del cilindro in modo quasi uniforme. L’oggetto può essere fotografato all’interno del cilindro leggendo i valori di esposizione direttamente su di lui.  Piccoli oggetti di metallo possono essere fotografati come se fossero colpiti da luce diffusa, semplicemente ponendoli nel freezer per alcuni minuti. In questo modo si crea sulla loro superficie la patina dell’appannamento. Questa consente di eliminare i riflessi eccessivi e soprattutto la luce che proviene da finestre che spesso si disegna sull’oggetto.

  Luce polarizzata.

Si tratta di un tipo di luce presente in natura in alcune particolari e poco frequenti situazioni, prevalentemente all’alba o nel primo mattino. In fotografia viene utilizzata di frequente attraverso l’uso di un filtro grigio chiamato appunto polarizzatore. Le caratteristiche di questo filtro sono quelle di agire direttamente sulla luce naturale modificandola nel momento stesso in cui lo attraversa. Gli effetti più visibili sono quelli di eliminare i riflessi dagli oggetti trasparenti (vetri, acqua) e molto meno da quelli non trasparenti (superfici metalliche). Scurisce il colore blu (cielo) e schiarisce il bianco (nuvole) mentre risulta quasi neutro nei confronti del rosso o del giallo. Tende anche ad aumentare il contrasto.   Il suo effetto è tanto maggiore quanto più l’angolo formato da fotografo – soggetto – luce del sole si avvicina a 45°. Risulta praticamente inefficace in presenza di luce diffusa e diminuisce le prestazione quanto più si allarga quell’angolo di incidenza appena descritto.   Il polarizzatore è particolarmente utile nelle foto di paesaggio quando è necessario ottenere dei contrasti nel cielo e l’effetto è tanto maggiore quanto più ci sono nuvole bianche a batuffoli dai contorni ben delineati. Inoltre rende moltissimo quanto è necessario penetrare la superficie dell’acqua del mare calmo, tanto che consente di riprendere anche il fondale altrimenti invisibile ad occhio nudo.