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David Hornback

“Dove diavolo è Wichita?”

Galleria clicArt dal 7 ottobre al 15 novembre 2003

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David Hornback nasce a Los Angeles nel 1962. All’età di cinque anni si trasferisce con la numerosa famiglia a Wichita, cittadina sperduta nel cuore del Kansas. Ed è proprio qui che inizia a fotografare, per “assicurare un posto nel futuro” alle persone e agli oggetti che lo circondavano. A quindici anni cambia scuola per poter frequentare un corso di fotografia in bianco e nero e nell’estate successiva inizia a lavorare da un fornaio tedesco per pagarsi pellicole e prodotti per la stampa. Lascia Wichita per iscriversi all’Università, corso di fotogiornalismo. Da allora Hornback collabora con svariate testate negli Stati Uniti e in Europa. Attualmente vive principalmente a Bilbao, ma anche a Siviglia e Berlino.“Dove diavolo è Wichita?” è il risultato di quel primo corso di fotografia frequentato alla scuola superiore. Tutte le foto, in mostra per la prima volta a clicArt, sono state realizzate tra il 1977 e il 1980 da un ragazzino appena adolescente che, nel bel mezzo del nulla, ha cercato di fermare nei suoi scatti tutto il suo mondo. Un mondo rimasto per anni nella soffitta della grande casa di Wichita e poi riscoperto recentemente per caso, che ci dà uno spaccato spontaneo, poetico e straordinariamente maturo, del Midwest negli anni ’70.
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Patrick e Sparky nel portico, Wichita  1978

.La “debuttante” Liz nel portico vestita per il   suo primo ballo ufficiale, Wichita 1980

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I miei fratelli e sorelle aiutano mio padre a riparare il suo camioncino Plymouth del 1940 Wichita 1978     

Patrick seduto sulla tomba del suo
uccellino, Wichita 1978

 DAVID HORNBACK

di Enrica Viganò

 Aveva quasi 40 anni David Hornback quando, in una visita alla casa di famiglia in Kansas, scoprì in soffitta una vecchia scatola di negativi. Immediatamente la sua memoria tornò agli anni dell’adolescenza, in particolare all’estate del 1978, un’estate passata con la macchina fotografica al collo in caccia di attimi di vita quotidiana: “Pensavo a me stesso come a un cacciatore in un safari in Africa, sgusciavo e mi appostavo alla ricerca dello scatto. Mi divertivo tantissimo e i miei fratelli e le mie sorelle erano il mio soggetto naturale.” Una famiglia cattolica, numerosa, trasferitasi da Los Angeles a Wichita, nel bel mezzo del nulla, o per meglio dire nel centro esatto degli Stati Uniti, 300.000 abitanti, lontani da tutto. David Hornaback aveva due cose chiare nella testa, voleva fare il fotografo e contemporaneamente preservare il suo mondo a futura memoria: “Avevo visto la foto di un albero che una volta era nel nostro cortile ed ora non c’era più. Mi affascinò vedere come una fotografia avesse “salvato” l’albero dalla sua totale sparizione. Con la prima macchina fotografica iniziai a fotografare tutti gli alberi della nostra casa, poi passai alle persone che in essa si muovevano”.  Ciò che colpisce nel lavoro di Hornback è la semplicità del linguaggio utilizzato, pulito ed efficace, come forse solo un ragazzino poteva fare, guardando con occhio candido ciò che gli stava intorno e trasformandolo in innocente poesia. Ma è l’occhio maturo del fotografo professionista, cioè Hornback a 40 anni, che scopre la forza di quelle immagini e ce le  offre per una rilettura a più di vent’anni di distanza. L’autore che negli anni successivi studia fotografia, visita mostre, legge libri e gira il mondo come reporter, prende coscienza dell’energia sincera dei suoi “documenti” di adolescente. Li seleziona e produce delle preziose stampe in bianco e nero, in cui la luce del Midwest dà vita ai gesti più semplici e alla purezza delle espressioni di chi gli sta intorno. Non c’è niente di superfluo nel racconto per immagini di Hornback, l’inquadratura focalizza l’attenzione sull’azione che conta e i dettagli che entrano nella composizione aggiungono informazioni alla storia, senza nulla togliere al componimento poetico. Un lirismo che riporta alla mente le immagini di Sally Mann, artista di fama mondiale che ha fotografato i propri figli in situazioni simili, per atmosfera e gesti, a quelle di Wichita, anche se collocate in una diversa classe sociale e riprese in grande formato. Seppure sul piano emotivo i cenni si assomiglino, rimane evidente la distanza tra le immagini realizzate spontaneamente da un 15enne e quelle “studiate” della professionista. In Hornback -che realizzò le immagini in epoca antecedente-  non c’è alcuna concessione alla lusinga, in Sally Mann invece non ci abbandona il sospetto di una malizia voluta, che toglie verità al suo raffinato diario. I protagonisti dell’epopea di Hornback si muovono con grazia e autenticità, senza più considerare l’obiettivo che li sta osservando, forse per questo il risultato rimane lontano da ogni sorta di furbizia e rende magico il tocco genuino del giovanissimo autore.

 

 

 

Patrick al telefono con un suo amico Wichita 1978

 

 

Patrick dorme nel portico  
Wichita 1978

 

Patrick tra il capanno e il vecchio
 appartamento Wichita 1978
CONVERSANDO CON DAVID HORNBACK
di Enrica Viganò
 
“Dove diavolo è Wichita?”: perché questo titolo?
Sono il terzo di sette figli. Sono nato a Los Angeles nel 1962, ma quando avevo 5 anni con i miei genitori ci siamo trasferiti a Wichita, Kansas. Naturalmente tutti sanno dove si trova Los Angeles, ma quanti sanno dov’è Wichita? Anche molti nostri amici non avevano idea di dove stessimo andando.
 
E dove si trova?
Se prendi una mappa degli Stati Uniti e punti un dito proprio nel centro, quella che stai indicando probabilmente è proprio Wichita. E’ una città nel mezzo del nulla. Il Kansas è fondamentalmente una desolata distesa di erba. E’ uno dei maggiori produttori di grano del mondo, già negli anni ’80 ne produceva di più dell’intera Unione Sovietica. Non ci sono foreste, montagne, oceani, spiagge: ci vogliono tre o quattro giorni di viaggio in macchina per raggiungere sia la costa occidentale che quella orientale.
E’ una regione conservatrice e molto religiosa che fa parte della “Bible belt”, la “cintura della bibbia” statunitense, una sorta di sezione longitudinale del Paese con un gran numero di devoti Cristiani e Cattolici.
 
Perché vi siete trasferiti proprio a Wichita?
A mio padre era stato offerto un buon lavoro. E poi i miei genitori pensavano che il Kansas fosse un posto migliore, “di più sani principi” rispetto alla California, per crescere dei figli.
Io e i miei fratelli e sorelle ci siamo adattati benissimo. Vivevamo in una vecchia casa circondata da un grande appezzamento di terreno, eppure eravamo nel centro della città! Avevamo moltissimi alberi su cui costruire casette-rifugio e posti segreti dove rintanarci con i nostri amici o nasconderci durante i giochi che inventavamo.
 
Come hai iniziato a fotografare?
Ho sempre desiderato fotografare, fin da quando avevo otto o nove anni, ma non avevo la possibilità di avere una macchina fotografica. Ai tempi delle superiori, la scuola cattolica che frequentavo aveva un corso di fotografia, ma era riservato agli studenti dell’ultimo anno ed io ero soltanto al primo. Non volevo aspettare altri tre anni per imparare a scattare e sviluppare fotografie, così ho convinto i miei genitori a mandarmi alla scuola pubblica, più grande, dove avrei potuto frequentare da subito un corso di fotografia in bianco e nero. Così, all’età di 15 anni frequentai il mio primo corso. Dopo aver imparato le basi mi costruii la mia prima camera oscura, nell’armadio dei miei genitori, nel corridoio. Ma non era eccezionale, oltretutto pensai che forse ai miei genitori non andava di avere tutti i vestiti che puzzavano di acido. Ho trovato un lavoretto e per l’estate avevo messo da parte abbastanza soldi per costruire una camera oscura migliore in un appartamento abbandonato dietro casa.
 
Andavi in giro sempre con la tua macchina fotografica al collo?
Si. Mi sentivo come in un safari, dovevo “catturare” le persone con la mia macchina fotografica di sorpresa, senza che se ne accorgessero. Cercavo i miei fratelli e sorelle e li fotografavo, senza fare rumore: arrivavo di soppiatto e scattavo.