Chi è Walter
Baccon
Walter
Baccon nasce nel 1956 a Susa, in provincia di Torino ma a pochi chilometri dal
confine francese. Cresce poco distante, a Sauze d’Oulx, nell’albergo di
famiglia, respirando l’arte fin da piccolo: sia il padre che il fratello
maggiore dipingevano. Un po’ per imitazione, un po’ per esprimere la propria
creatività inizia a produrre opere di pittura e grafica. A 19 anni si avvicina
alla fotografia, che ben presto scopre essere il suo mezzo espressivo ideale.
Inseguendo la sua passione nel 1987 si trasferisce a Milano, con in testa
l’idea di fare fotografia di moda, idea che abbandona appena entra in contatto
con l’ambiente, stampando in bianco e nero per un grande studio. Trova però
la sua strada, più vicina alla fine-art photography, e inizia a lavorare
presso la Galleria Il Diaframma, dove lavora alla produzione di passepartout
fino al 1991. Da anni Walter Baccon è tornato tra le sue montagne, dove
fa il falegname per mantenersi, ma dove soprattutto può dedicarsi alla
fotografia che veramente ama, quegli still life spesso ironici, “in bilico”
tra sogno e realtà che sono raccolti in questa mostra. Alla perfezione estetica
della composizione si unisce anche la grande raffinatezza della tecnica di
stampa al platino, scoperta seguendo il suo istinto e la sua curiosità per la
chimica, da completo autodidatta.
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Walter Baccon Art-choke Sauze dOulx 2002 |
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CONVERSANDO
CON WALTER BACCON
di
Enrica Viganò
- Come
hai iniziato a fotografare?
Facevo pittura e grafica, ma mi sono accorto che avevo fretta, cioè
non vedevo l’ora di firmare. Non vedevo l’ora di finire il quadro
e firmare. Allora mi sono detto”bah, non ci siamo”, poi ho visto
su un giornale la pubblicità di una macchina fotografica Olympus, e
il giorno dopo ero a Torino per comprarla. Ho cominciato così. Ho
buttato via tutto quello che avevo fatto, tutte le opere che avevo
fatto di pittura e di grafica.
- Avevi
fatto una scuola d’arte o di grafica?
No, mio padre dipingeva per hobby, mio fratello dipingeva anche lui
benissimo, insomma in famiglia c’è sempre stata un po’ di aria di
arte.
- E
tu cosa hai studiato?
Niente, io studiavo per passare il tempo, non me ne importava, mi
barcamenavo, mi sono diplomato per
sbaglio. Studiavo un’ora prima sul treno e con un po’ di fortuna
son passato.
- Quindi
sei un autodidatta con l’aiuto del papà No,
assolutamente, lui non mi ha insegnato nulla, è solo che in famiglia
vedi uno che fa una cosa e dici “provo anch’io”, ma nessun
insegnamento da lui. Lui poi è figurativo, sono proprio lontano mille
miglia.
- Anche
con la fotografia ti sei arrangiato da solo? Tutto
da solo, sbagliando e riprovando. Noi abbiamo un albergo, mi mettevo a
stampare dappertutto, ho girato tutte le stanze, tutti i bagni, io ho
stampato ovunque. Mi è sempre piaciuto e non ho mai trovato ostacoli.
- Per
di più ti sei appassionato a delle tecniche particolarmente
difficili. Chissà quante prove avrai fatto E
certo, sbagliando si impara. E’ un detto banale, ma è così!
- Perché
sei stato attratto dalla stampa al platino? Perché
mi piace la chimica, mi piace sapere che quel metallo lì lo metti con
un’altra cosa e come per magia vedi apparire il risultato:
un’alchimia. Ancora
adesso ho lo stesso entusiasmo, come fosse il primo giorno. A me la
fotografia digitale non può proprio interessare, perché io ancora
trent’anni dopo la prima volta, faccio la prima stampa e per me è
sempre una magia meravigliosa.
- Vuoi
dire che ti piace così tanto stare in camera oscura che ti sei voluto
mettere alla prova con antichi metodi? No,
anzi per le stampe al platino e palladio la procedura è molto diversa
e piuttosto complessa. Io preparo una soluzione di sali al platino e
palladio (peraltro molto costosi e difficili da trovare) e poi con un
pennello la stendo sulla carta. Anche la carta necessita una
particolare ricerca, perché secondo il supporto che utilizzi
cambiano i risultati. Dopodiché in camera oscura , ma senza
l’utilizzo dell’ingranditore - quindi sempre e comunque si tratta
di una stampa a contatto - espongo il torchietto in cui ho inserito la
carta e il negativo (che nel mio caso è di formato 10x12cm) sotto una
luce a raggi ultravioletti, che è l’unico tipo di luce a cui
è sensibile. A quel punto ancora non si vede quasi nulla fino a
quando la immergo in uno sviluppo speciale (tipo ossalato)
e poi in tre successivi bagni chiarificatori. Infine segue il
lavaggio.
- Ci
vuole una gran passione e molta pazienza, direi. Come
vedi è una tecnica lunga e difficile, posso metterci anche un’ora
con certi negativi e magari scoprire di doverla rifare da capo, perché
sono piuttosto esigente, innanzi tutto con me stesso. Certo qualcuno
dice che non è così complesso, ma come in tutte le cose, tra
realizzare una stampa e farne invece una bella, c’è di mezzo una
mare di esperienza, di occhio, di capacità, di tecnica.
- Quando
a 19 anni ti sei messo a fare foto cosa riprendevi? Di
tutto. La prima volta me la ricordo benissimo, sai con la frenesia da
prima volta, poi la macchina fotografica in particolare è uno
strumento che tu prendi e ti prende. Il primo giorno ho fatto un
rullo, ho fotografato
tutto il circondario. Poi l’ho portato al paesino sotto dove c’era
un negozio di fotografia di quelli vecchi, sviluppo e stampa, formato
cartoline. Risultato: stampe pessime, immagini pessime. Le stampe
erano grigie, anche se erano ancora sulla bella carta baritata. Il
giorno dopo ho preso, sono andato a Torino e ho comprato tutta
l’attrezzatura. E ho cominciato così, con un piccolo ingranditore
- Quindi
in un colpo solo ti sei messo a imparare a fare le foto e a stamparle,
senza nessuna scuola? Io
non avevo manuali, all’inizio
compravo delle riviste che a volte avevano quella paginetta di
consigli per i fotoamatori. Niente, ho detto “c’è lo sviluppo,
c’è lo stop e c’è il fissaggio” e son partito.
- Dove
abiti esattamente? A
Sauze d’Oulx, è in provincia di Torino, ma al confine con la
Francia, vicino a Sestriere. A un certo punto però ho mollato albergo
e tutto per la fotografia e sono venuto a Milano. Pensa che
all’inizio volevo fare moda, ma ci ho messo poco per capire che non
faceva per me e finalmente ho iniziato a fare la fotografia che piace
a me, che continuo ancora a fare. Ho cominciato a sentire che la
fotografia non era più una banalità, un fare per fare, ma era il mio
mezzo ideale.
- Cosa
fai per vivere? A
Milano lavoravo in un laboratorio e stampavo in bianco e nero, un
laboratorio annesso a uno di quei grandi studi dove facevano moda e io
stampavo il bianco e nero. Era il 1987. Poi sono andato alla Galleria
Il Diaframma, facevo passpartout. Sono andato via da Milano nel 1991.
Sono tornato sulle montagne e ho lavorato con un falegname e non mi
sono più mosso. Dopo un po’ mi sono messo per conto mio e faccio
dei lavori saltuari con il legno, qualche progetto speciale. Ma niente
di impegnativo perché non voglio appartenere a nessuna categoria,
voglio essere libero. Mi basta quel poco per mantenermi, senza fare
una vita dispendiosa…La fotografia
per adesso non mi ha restituito quel che ho speso. Proprio per
niente, oltretutto con queste tecniche che hanno dei prezzi
incredibili.
- Finora
tu hai lavorato con gli still life perché era la cosa più a portata
di mano? No,
non perché era la più facile, gli oggetti mi ispirano e poi io
costruisco le associazioni tra di loro.
- Alcune
composizioni che realizzi hanno dello humor e altre invece mi sembrano
prettamente estetiche, che significato hanno per te? I
miei sono più che altro degli stati d’animo. Io credo di avere uno
humor nascosto e spesso mi guida nella composizione. Per quanto
riguarda l’estetica, questa è una questione più difficile: non mi
piace la foto “carina”, la foto un po’ leziosa, non mi piace
l’arte manieristica, ma per esempio la foto della margherita su quel
frullatore giapponese che si usa nella cerimonia del te è nata da un
fattore puramente estetico. Ho trovato questo oggetto, un pezzo di
bambù che ha un’estetica eccezionale e ci ho messo una margherita
sopra: ecco questa è una foto estetica, ma non è leziosa, sembra
quasi un paradosso quello che sto dicendo, però. Questa
è forma, mentre quando metti la testa e la coda del pesce con uno
spazio vuoto in mezzo, vai oltre la forma Sì,
infatti quella l’ho intitolata “Niente”, quella è una foto che
mi piace, mi sembra una cosa che ti fa pensare.
- E
la sequenza degli oggetti di ghiaccio che si sciolgono durante 13 ore?
Lì
c’è il tempo, lì vedi il tempo. Ovviamente il tempo è
immateriale, ma in quella foto si vede il tempo, si vede la
trasformazione della materia da stato solido a liquido: anche qui
ritorna la chimica a supportare il pensiero
- Quali
autori ti piacciono? Non
sono molto al corrente della fotografia contemporanea. A parte quelli
famosi, quelli della cosiddetta nuova oggettività tedesca: Gursky,
Struth, Ruff… così quotati non riesco a capire perché. Direi
“niente di nuovo sotto il sole”, l’unica novità è
il formato enorme, furboni! Invece per quanto riguarda il
passato io direi uno su tutti: Man Ray. Rimane sempre il più grande,
non un maestro, perché sai io non ho più maestri, ti devi liberare
di questo, ma lui su tutti.
- Perché
ti piace così tanto? Per
l’ironia e poi quello spiazzamento che vedi nelle sue foto, che
anche lì sembrano semplici… Pensa, anni trenta, ma non perde. Poi
mi piaceva Mapplethorpe, però adesso trovo le sue nature morte un
po’ fredde. Un altro incredibile è Witkin, deve essere un uomo di
grande cultura. La prima volta che ho visto un suo libro sono rimasto
secco. Mi piace la sua cultura, la sua capacità di recitare, di
trasgredire, i suoi riferimenti alla pittura di un certo periodo e poi
mi piace tecnicamente. Lo ammiro perché è un po’ come Mapplethorpe,
c’è tanta vita dietro, dentro. Di questi tipi mi piace la mente, il
genio, la libertà mentale.
- E
libri che ti hanno colpito? Man
Ray, ovviamente . Klein con New York, grande Klein, ha fatto scuola.
Poi Avedon dei ritratti, la moda non mi interessa, ma i ritratti sì.
Quando ho due soldi se posso mi compro i libri. Però ormai i prezzi
sono pazzeschi.
- Per
te cos’è la fotografia? Rimane
sempre quella, il motivo per cui sono partito: rendere visibile
un’idea che ho in testa.
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| ClicArt,
progetto fortemente voluto e sostenuto dall’agenzia
fotografica Marka e dall’azienda
tessile Vincenzo Zucchi,
presenta
la quarta mostra del 2003, l’ultima per questo secondo anno di attività della
galleria; il bilancio, anche quest’anno, è estremamente positivo, sia per
l’affluenza del pubblico che per la vendita di stampe fotografiche. La
Galleria clicArt si conferma
l’unico spazio milanese che programma con continuità la fotografia emergente
d’autore e che favorisce la
promozione di nuovi artisti, privilegiando, nella selezione, quel tipo di
fotografia che si snoda lungo i canali dell’emozione.
Il prossimo 18 novembre Galleria
clicArt inaugurerà
una personale di Walter Baccon. “Avevo
fretta, non vedevo l’ora di firmare l’opera, con la pittura ci voleva troppo
tempo”. Fin da quando era ragazzino Walter Baccon ha cercato un modo tutto suo
per “rendere visibile un’idea
che avevo in testa”. Prima ha provato con la pittura e la
grafica, poi, a diciannove anni, con la fotografia. Sentir dire da un
appassionato di tecniche antiche di stampa che ha fretta può far sorridere,
perché le opere uniche che Baccon produce - per esempio le stampe al platino -
notoriamente richiedono tempo, pazienza ed una cura estrema. Baccon non ha avuto
maestri, né frequentato scuole di fotografia né utilizzato manuali, ha
sviluppato la sua tecnica elegante solo attraverso esperimenti infiniti nella
sua camera oscura. “ In bilico ” presenta una serie molto particolare di
still-life in bianco e nero, dove i corpi e le cose diventano altri oggetti da
modellare e da collocare in bilico nel mondo, in bilico nel pensiero. Si
potrebbe cercare di incanalare su due filoni il contenuto delle immagini, molto
spesso ermetico: uno più ironico, l’altro più esistenzialista. In entrambi
simboli e metafore si incrociano comunque per pensare “oltre”. La sensazione
di spiazzamento che ci coglie osservando molte delle sue opere è un esito
voluto e cercato dall’autore, forse sull’onda della sua stessa
“inquietudine” verso le regole del nostro mondo. Baccon vive tra i monti
piemontesi, lontano dalle nuove tecnologie, lavorando tra le altre cose come
falegname ad alcuni progetti particolari “proprio perché di qualcosa bisogna
pur vivere”. ClicArt
è
contemporaneamente un progetto ed una galleria. Nato dal felice incontro tra
l’agenzia fotografica Marka
e l’azienda tessile Vincenzo
Zucchi, clicArt
mette in mostra, quattro volte l’anno, il lavoro di
fotografi alla prima esposizione personale e con la dichiarata intenzione di una
carriera nella fotografia d’arte da collezione. Per questa ragione fotografi
giovanissimi e meno giovani condividono lo spazio clicArt,
ma tutti si presentano come degli emergenti rispetto alla foto
d’autore. Per Marka,
Zucchi
ed Enrica Viganò, che
cura da sempre la direzione artistica di clicArt,
il successo della galleria rappresenta
una conferma della validità dell’iniziativa,
un progetto senza scopo di lucro e il cui unico obbiettivo è quello di aiutare
nuovi talenti artistici ad emergere.
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